Il rapporto tra circo, teatro, danza – Anna Cremonini

Si sono perse giornate di discussioni sulle definizioni di genere: circo contemporaneo? Nuovo circo? Teatro Circo? Il punto non è questo, ma ciò che l’artista vuole ricercare ed esprimere.
Il tema centrale del rapporto tra la danza, il teatro e l’arte del circo è quello di incontrarsi, fondersi, contaminarsi per trovare un linguaggio capace di arrivare nel profondo, capace di costruire una verticalità espressiva più spinta, se questo serve alla significazione di un pensiero e di una visione.
Anche il gesto dell’artista di circo oggi è più moderno, così come il gesto della danza contemporanea, come l’attore teatrale. E questo anche grazie alle contaminazioni che sono avvenute e avverranno.

Vorrei iniziare questo mio intervento riportando la memoria al mio incontro con il circo.

Lavoravo allora alla Biennale come assistente del Direttore che era Giorgio Barberio Corsetti e giravo il lungo e in largo l’Europa per definire la programmazione.Era il 1999 e la Biennale inaugurava il nuovo corso con le sezioni di Danza, Musica e Teatro, ma c’era il piccolo problema che non c’era neanche un teatro disponibile. Teatro Arsenale e Tese erano ben al di là da venire.

Affittammo un padiglione di una società dove montammo un palcoscenico e una gradinata, ma volevamo avere più luoghi per segnare il nostro tratto e inaugurare il nuovo settore del Teatro.

Così, da caos e impedimenti nacque l’Accampamento al Lido con la tenda teatro di François Tanguy del Theatre du Radeau, la Baraque di Igor Dromesko e il piccolo circo di le Tonneau dove veniva rappresentata la Metamorfosi di Kafka con attori e marionette che pochi spettatori per volta “spiavano” dall’alto del cerchio dello chapiteau. Doveva esserci anche Maguy Marin, ma non ce ne fu la possibilità.

Allestimmo anche una locanda dove si poteva mangiare e stare insieme, con immancabile pista da ballo per concludere le serate.
Fu un’esperienza per me indimenticabile, anche perché avevo risolto un problema non piccolo: tre settimane di programmazione senza uno spazio.

In quell’occasione entrai in contatto con il mondo dell’itineranza e del viaggio, del portarsi con se lo spazio teatrale, cercare condivisioni, costruire pezzi di vita comuni.
Era il periodo in cui in Francia esplodeva il fenomeno del Nuovo Circo, grazie soprattutto all’intelligenza dell’allora direttore del CNAC Bernard Turin che aveva invitato registi e creografi come Decoufflé, Lattuada, Nadj, Alloucherie a creare lo spettacolo finale degli allievi diplomati.

Vidi in quel periodo due spettacoli molto diversi tra loro: Il Barone Rampante messo in scena da Les Colporteurs (prima dell’incidente di Antoine Rigot) e On verra bien (o era C’est pour toi que je fais ça? devo controllare) di Guy Alloucherie con la compagnia Anomalie dove era in scena anche Mathurine Bolze.

Tornai a Roma e dissi a Corsetti che secondo me l’unica vera novità che si stava muovendo era il Nuovo Circo.

Così decidemmo di elaborare un progetto per il secondo anno. Purtroppo Antoine ebbe l’incidente e lo spettacolo saltò e non montammo neppure lo chapiteu (ma venne al suo posto Jerome Thomas e sono felice di aver avuto l’occasione di conoscerlo).

Organizzammo quello che fu il primo incontro sul tema del rapporto tra circo e teatro e non credo di sbagliare nel ricordare la partecipazione di Gigi Cristoforetti (che nel frattempo stava organizzando il suo festival a Brescia) e Emmanuel Wallon, oltre a Barberio Corsetti e Bernard Turin.

Quello che voglio dire con questa lunga introduzione è ciò che ci fece decidere di programmare il circo dentro il settore Teatro della Biennale.

Per noi e in particolare per Giorgio che ha sempre messo l’immagine e il corpo in primo piano nei suoi spettacoli, il corpo offerto dall’artista di circo era un corpo più estremo, più magico e duttile, capace di esprimere cose diverse rispetto al corpo dell’attore e anche del danzatore. Il corpo dell’artista di circo può figurare cose che un corpo normale per quanto spinto non può fare.

Ma quel corpo diventa interessante se la sua forma è parte di una drammaturgia scenica e visiva che vuole raccontare qualcosa. Il teatro e la danza hanno la possibilità di nutrirsi del corpo dell’acrobata se questo è necessario all’interno della propria creazione, nello stesso modo in cui il circo per diventare spettacolo può rubare al teatro, può far sua la parola, le storie, i testi, può interagire con attori e danzatori e creare una scrittura scenica sua propria, sia sotto lo chapiteau che nelle sale convenzionali.Per me è questo il tema centrale del rapporto tra la danza, il teatro e l’arte del circo: incontrarsi, fondersi, contaminarsi per trovare un linguaggio capace di arrivare nel profondo, capace di costruire una verticalità espressiva più spinta, se questo serve alla significazione di un pensiero e di una visione.

Anche il gesto dell’artista di circo oggi è più moderno, così come il gesto della danza contemporanea, come l’attore teatrale. E questo anche grazie alle contaminazioni che sono avvenute e avverranno.

Credo che in quell’occasione, durante le nostre prime due Biennali, abbiamo incontrato quello di cui avevamo bisogno, una risorsa espressiva, una possibilità di sfondamento verso un universo espressivo più estremo.

Oggi non ci stupiamo, anzi non ci accorgiamo neppure se tra i danzatori di uno spettacolo di Larbi Cherkaoui ci sono artisti di circo, o se il corpo dell’attore di Platel non si muove come un danzatore o se gi dei dell’Olimpo di una tragedia classica scendono dal cielo fluttuando tra i trapezi, viviamo solo l’emozione dei loro gesti, di qualsiasi forma siano. E non è poco.

Anna Cremonini (operatrice, presidente Commissione
Consultiva Danza del Mibact)


 

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